Numerosi studi hanno esaminato in modo specifico l’associazione delle trasfusioni di sangue con tumori nella cui eziologia sono fortemente sospettati o implicati agenti trasmissibili e/o la modulazione immunitaria. Ne sono esempi la possibile associazione delle trasfusioni di sangue con il linfoma non-Hodgkin o con il cancro del fegato, soprattutto alla luce del ruolo dei virus epatitici trasmissibili per via parenterale in entrambi i tipi di tumore.

Considerando le malattie neoplastiche in generale, pochi sono gli studi che hanno esaminato il rischio di sviluppare un cancro dopo una trasfusione di sangue. In uno studio prospettico statunitense con 9.539 donne anziane senza storia precedente di cancro, 440 tumori furono osservati durante il follow-up, corrispondente ad un rischio relativo di tumore di 0,94 (intervallo di confidenza 95% = 0,84-1,05). In un registro svedese con 1572 soggetti ricoverati senza cancro e trasfusi per interventi chirurgici o malattie benigne, 69 casi di cancro si verificarono a partire da 3 anni dopo la trasfusione, corrispondente ad un rischio relativo di cancro di 1,05 (95% CI = 0,82-1,33). Un altro studio svedese, in 621 donne che avevano ricevuto trasfusioni durante il parto, furono osservati 41 casi di cancro 21-31 anni dopo la trasfusione, corrispondente ad un rischio relativo di 1,04 (IC 95% = 0,69-1,53). Infine, in uno studio britannico furono osservati 100 tumori tra 12.690 persone che avevano ricevuto una trasfusione di sangue durante l’infanzia a fronte di un numero previsto di 89 casi, corrispondente a un rischio stimato di 1,12 (IC 95% stimato = 0,91-1,37).
Le conclusioni che si possono trarre dall’analisi degli studi appena riportati sono limitate, soprattutto a causa del ridotto numero di casi di cancro osservati nelle coorti spesso poco numerose e del follow-up molto limitato. Con l’intenzione di contribuire a chiarire i apporti fra trasfusioni e successivo sviluppo di neoplasia, Hjalgrim e collaboratori hanno passato al vaglio i record del database dei centri trasfusionali danesi e svedesi, confrontando il tasso di LNH nei soggetti trasfusi nell’arco del tempo rispetto ai controlli. Questi sistemi informatici contengono le informazioni sulle donazioni di sangue effettuate in Svezia a partire dal 1947 e in Danimarca dal 1968.

In totale 888.843 riceventi almeno una trasfusione di sangue senza una precedente diagnosi di cancro al momento della trasfusione indice sono stati individuati nel database. Il numero delle trasfusioni aumentava con l’aumentare dell’età alla trasfusione indice a partire dalla fascia d’età compresa tra 10-19 anni fino a un picco nei soggetti di età 70-79 anni.
Durante 565.2918 anni-persona di follow-up, un totale di 80.990 tumori sono stati osservati in soggetti trasfusi inizialmente liberi da cancro, rispetto ad un numero atteso di 55.788 tumori (SIR = 1,45, IC 95% = 1,44 a 1,46). L’aumento del rischio di cancro globale era estremamente variabile rispetto al tempo trascorso dalla trasfusione indice. Durante i primi 6 mesi dopo la trasfusione, il rischio di cancro era più che quintuplicato (SIR = 5,36, CI 95% = 5,29-5,43), mentre 2 anni dopo la trasfusione, il rischio relativo di cancro aumentava del 10%, cioè 1,10 volte o meno.

L’ analisi del rischio relativo ai tumori in siti specifici ha rivelato che tutte le sedi anatomiche contribuivano all’aumentata incidenza di cancro osservata nel corso dei primi 6 mesi dopo la trasfusione indice. Il rischio era particolarmente elevato per i tumori maligni che frequentemente si presentano clinicamente con anemia o emorragia franca, come quelli del sistema emopoietico, dell’apparato digerente, e del rene. Dopo i 6 mesi dalla trasfusione indice, il rischio relativo di cancro per la maggior parte dei siti anatomici, compreso il linfoma non-Hodgkin, diminuiva fino all’unità. L’incidenza complessiva di cancro in questa ampia coorte di soggetti trasfusi era superiore a quella della popolazione generale. Un aspetto importante, tuttavia, è che il rischio relativo di tumore non era aumentato in modo uniforme attraverso le differenti finestre temporali considerate dopo la trasfusione iniziale. Infatti c’era un aumento marcato del rischio relativo di cancro durante i primi 6 mesi dopo la trasfusione, aumento che, con un follow-up più lungo, diminuiva progressivamente per avvicinarsi al rischio di cancro prevalente nella popolazione generale.

In sintesi, in questa ampia coorte di soggetti sottoposti a trasfusione di sangue, l’incidenza di tumore in quasi tutti i siti anatomici superava l’incidenza attesa. Tuttavia, l’entità dell’aumentata incidenza diminuiva nel tempo, fino a determinare un eccesso di tumori globale del 10%, o anche meno dopo 2 anni dalla trasfusione. L’incidenza dei tumori della lingua, della bocca, della faringe, dell’esofago, del fegato, delle vie respiratorie e delle vie urinarie e della pelle continuava a rimanere aumentata per più di 10-20 anni dopo la prima trasfusione.
Anche se un nesso causale tra trasfusione di sangue e il rischio di cancro non si può escludere, la continua esposizione ad altri fattori di rischio quali tabacco o alcool suggerisce che questi e altri fattori di rischio, piuttosto che la trasfusione di per sé, siano realmente importanti. Inoltre non si può escludere che l’aumento osservato in particolare nei primi sei mesi possa essere dovuto alla selezione di pazienti, alla più attenta osservazione clinica a cui furono sottoposti ed al maggior numero di esami eseguiti durante il ricovero per patologia non neoplastica (esempio traumi o interventi chirurgici), che avrebbero potuto consentire una diagnosi precoce del tumore rispetto ai soggetti di controllo non trasfusi.

 
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