l virus dell’epatite C (HCV) causa non solo epatopatie croniche ma anche diverse malattie linfoproliferative croniche.

L’identificazione di CD81 come il principale recettore virale potrebbe spiegare il particolare linfotropismo di HCV poiché questo recettore è espresso sui linfociti B. Il legame con CD81 determina l’attivazione cellulare e l’iperespressione di CD69, CD71, CD86 e del recettore per le chemochine CXCR3. Inoltre, un’aumentata prevalenza della traslocazione t(14,18) è stato osservata nei pazienti HCV positivi, persino in assenza di malattie linfoproliferative. Le interazioni di HCV con il sistema immunitario possono spiegare il ruolo del virus in diverse malattie extraepatiche, come i linfomi non Hodgkin.

Poichè diverse malattie linfoproliferative HCV+ sono state trattate con successo con la terapia antivirale, in questo studio è stato confrontato il trattamento tradizionale con l’interferone più ribavirina e il più moderno trattamento con alfa interferone peghilato (PEG-interferone) e ribavirina in un piccolo gruppo di linfomi non Hodgkin indolenti.

In questo studio 18 pazienti con linfoma non Hodgkin a cellule B HCV correlati furono successivamente inclusi questo studio. I criteri di inclusione prevedevano una diagnosi di linfoma non Hodgkin a cellule B indolenti in prima diagnosi o recidiva con positività nel siero per HCV RNA. Nel gruppo A (8 pazienti) fu usato l’interferone 2b alla dose di tre milioni di unità 3 volte a settimana per 48 settimane. Il Gruppo B era costituito da dieci pazienti trattati con 1,5 microgrammi/kg di alfa interferone peghilato una volta la settimana per 48 settimane. Entrambi i gruppi ricevettero ribavirina 1 grammo o 1, 2 grammi al giorno secondo il peso corporeo (inferiore o superiore a 75 kg rispettivamente) per 48 settimane.

Le diagnosi dei pazienti erano di linfoma follicolare e di linfoma splenico con linfociti villosi in un caso e 16 linfomi di tipo linfoplasmocitoide. Il genotipo 1b era presente in 11 casi (61%) mentre il genotipo 2a/2c fu osservato nel resto dei casi. Undici pazienti avevano un epatite cronica alla biopsia epatica.Tredici di loro avevano livelli dimostrabili di crioglobuline (dal 2% al 35%) e livelli aumentati di fattore reumatoide (da 30 a 21. 700 Unità/litro).

Furono osservate tre risposte ematologiche complete (37%) nel gruppo A e 6 risposte complete (60%) nel gruppo B. C’erano tre pazienti non rispondenti (37%) e 2 pazienti con risposta parziale (25%) nel gruppo A, mentre furono osservati due casi non rispondenti (20%) e due risposte parziali (20%) nel gruppo B. La risposta ematologica era significativamente correlata (p<0,005) con la scomparsa del genoma virale.

Alla fine del trattamento, il genoma virale non era valutabile in quattro pazienti del gruppo A (50%) ed in otto casi del gruppo B (80%). Alla fine del follow-up, un paziente del gruppo A e 2 pazienti del gruppo B mostrarono una recidiva, mentre il 37% dei pazienti del gruppo A ed il 60% di quelli del gruppo B mostrarono una risposta virologica mantenuta; quest’ultima era meno frequente nei pazienti con genotipo 1 (36%) rispetto a quelli del gruppo 2 (71% ).

Alla fine del trattamento le crioglobuline non erano dosabili in due pazienti del gruppo A (33%) ed in 3 del gruppo B (43%). Soltanto i pazienti con un criocrito basale inferiore al 3% mostrarono una completa scomparsa delle crioglobuline, mentre in tutti gli altri casi, le crioglobuline erano ancora presenti anche in caso di risposta virologica completa. I sintomi ed i segni clinici dei pazienti con crioglobulinemia mista, valutati mediante una apposita scala a punteggio, migliorarono durante la terapia, ma ritornarono ai livelli basali in modo simile al criocrito nei rispondenti e in quelli che non risposero alla terapia.

La terapia fu complessivamente ben tollerata in entrambi i gruppi. L’interferone peghilato fu ridotto in cinque casi per neutropenia e/o piastrinopenia. Tutti i casi di citopenia si risolsero dopo la riduzione della dose di alfa interferone peghilato. Nel gruppo dei pazienti trattati con interferoni 3 volte alla settimana 2 pazienti richiesero la riduzione della dose per neutropenia. La ribavirina fu ridotta in sei casi (3 in entrambi i gruppi) per anemia. Nessun paziente sospese comunque la terapia.

In conclusione, questo studio conferma precedenti osservazioni dell’efficacia della terapia antivirale nei linfomi non hodgkin B HCV+. Una percentuale non trascurabile di pazienti ebbe una remissione completa sia della malattia ematologica che dell’infezione virale. Questo approccio non è citotossico e quindi una eventuale chemioterapia convenzionale non è preclusa nei pazienti che non rispondono. La risposta ematologica, oltre che quella clinica ed immunologica. correlava con la scomparsa del genoma virale nel siero. La dose standard di alfa interferone peghilato (1,5 microgrammi/kg) non permise di ottenere una percentuale significativamente più elevata di risposte virali sostenute rispetto a studi precedenti, nei quali furono usate dosi inferiori.

La resistenza di questi pazienti alla terapia antivirale è anche indicata dall’assenza di una risposta virologica precoce (definita come HCV-RNA non dosabile dopo quattro settimane di terapia ) persino nei pazienti con genotipo 2. Infine, questo studio dimostra che, al pari di quanto osservato nei pazienti con epatite cronica HCV+, l’associazione PEG-interferone con ribavirina sembra più efficace rispetto a quella interferone e ribavirina, anche se i pochi casi trattati non consentono di esprimere un giudizio definitivo.

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Riferimenti bibliografici

1: Mazzaro C, De Re V, Spina M, Dal Maso L, Festini G, Comar C, Tirelli U,

Pozzato G. Pegylated-interferon plus ribavirin for HCV-positive indolent non-Hodgkin lymphomas. Br J Haematol. 2009 Apr;145(2):255-7. Epub 2009 Feb 23.

PubMed PMID: 19239472.

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