Articoli selezionati dalle riviste mediche più prestigiose
Cardiologia
Mortalità per infarto del miocardio acuto in pazienti guariti dal linfoma di Hodgkin
5 set
Dopo l’introduzione della radioterapia e della chemioterapia, la sopravvivenza complessiva dei pazienti con linfoma di Hodgkin a 5 anni si avvicina al 90%, mentre negli anni 50 del secolo scorso era pari al 29%.
La maggioranza di questi pazienti può considerarsi guarita dal linfoma, ma il prezzo che molti dei soggetti guariti è inaccettabilmente elevato a causa dell’elevata incidenza di seconde neoplasie e di malattie cardiovascolari, che rappresentano la principale causa di morte nei sopravviventi a lungo temine.
Diversamente dalle seconde neoplasie in pazienti con linfoma di Hodgkin, per le quali il rischio è stato ben caratterizzato come incidenza, dose di radiazioni e modalità temporali di comparsa, soltanto da pochi anni sono apparsi risultati di studi estesi che anno valutato il rischio di tossicità cardiaca tardiva in questi soggetti.
L’infarto del miocardio rappresenta, infatti, la più frequente singola causa di morte per cardiopatia nei soggetti guariti da linfoma di Hodgkin. Rispetto alla popolazione generale il rischio relativo d’infarto del miocardio riportato varia in modo considerevole nei diversi studi, e sembra essere superiore negli uomini rispetto alle donne e nei pazienti più giovani. Volendo calcolare il contributo relativo d’ogni singolo farmaco o modalità di terapia, il compito è molto difficoltoso in quanto la maggioranza dei pazienti riceve sia radioterapia sia chemioterapia. Continua >
D-Dimero e durata della terapia anticoagulante per la tromboembolia venosa
5 set
La recidiva della trombosi venosa occorre in circa il 30% dei pazienti che sospendono terapia anticoagulante orale (TAO).
Molti fattori sono stati associati con il rischio di recidiva, compresi:
- la trombosi delle vene prossimali rispetto a quelle distali;
- il sesso maschile;
- l’indice di massa corporea superiore a 30.
Sebbene la prosecuzione della terapia anticoagulante orale diminuisca il rischio di recidiva della malattia tromboembolica venosa, il trattamento a lungo termine con la warfarina non è conveniente ed è associato con un rischio compreso fra 1 e 3% per emorragie maggiori. Identificare i pazienti il cui rischio di recidiva è basso, e la cui terapia anticoagulante può essere sospesa con una certa sicurezza, rappresenta pertanto una priorità. Poiché i livelli di D-dimero rappresentano un marcatore di rischio trombotico, in quanto i suoi livelli aumentano i pazienti con malattia tromboembolica acuta, il dosaggio di questo fattore può essere utile per decidere se sospendere o no la terapia nel singolo paziente. Continua >
Imatinib può causare scompenso cardiaco in alcuni pazienti con leucemia mieloide cronica
5 set
Imatinib trova indicazione nel trattamento della leucemia mieloide cronica, ed agisce bloccando l’attività chinasi di una proteina di fusione Bcr-Abl, che è causa della malattia. Nella leucemia mieloide cronica più del 70% dei pazienti trattati con Imatinib raggiunge la remissione citogenetica completa. Imatinib è anche indicato nel trattamento dei tumori GIST ( tumori stromali gastrointestinali).
Imatinib ( Gleevec o Glivec ) può causare grave cardiotossicità con lo sviluppo di insufficienza cardiaca congestizia.
In uno studio recentemente pubblicato, dieci pazienti con leucemia mieloide cronica trattati con Imatinib negli USA alla University of Texas MD Anderson Cancer Center in Houston, svilupparono una grave insufficienza cardiaca congestizia. Prima dell’inizio della terapia con imatinib tutti e dieci i pazienti avevano una normale funzione cardiaca. I sintomi comparvero 2-14 mesi dal momento dell’inizio dell’assunzione del farmaco.
Ad oggi non è chiaro se l’effetto tossico derivi dall’azione del farmaco sui suoi bersagli noti o su eventuali bersagli ignoti o sia invece un effetto aspecifico. Chiarire questo aspetto è di notevole importanza, anche perché sono già in avanzata fase di sperimentazione e prossimi all’autorizzazione gl inibitori di seconda generazione, per esempio dasatinib e nilotinib, che tante speranza hanno suscitato nei pazienti con LMC divenuti resistenti all’imatinib.
Studi su topi e su culture hanno mostrato che la tirosin-chinasi Abl protegge le cellule cardiache dal danneggiamento e che l’inibizione di questo enzima causa la morte delle cellule cardiache. i cardiomiociti in coltura mostrato un’attivazione della risposta allo stress del reticolo endoplasmatico, collasso del potenziale della membrana mitocondriale, riduzione del contenuto cellulare di ATP e morte cellulare. Mutanti di Abl sono resistenti all’inibizione farmacologia; i cardiomiociti nei quali fu inserito il gene Abl mutato proteggevano i cardiomiociti dalla tossicità dell’imatinib. i topi trattati con Imatinib sviluppano disfunzione contrattile ventricolare sinistra.
Le biopsie miocardiche di due pazienti mostrarono, secondo gli autori, segni compatibili con una cadiomiotossicità diretta dell’imatinib. Gli autori proseguono affermando che la cardiomiotossicità dell’imatinib è una sorpresa, e d è probabile che possa essere un effetto “di classe” comune ad inibitori delle tirosinchinasi. Tuttavia l’importanza di questo effetto non è prevedibile al momento, in quanto ognuno di questi enzimi si comporta in modo differente dall’altro. Casi di insufficienza cardiaca durnte il trattamento con imatinib erano già stati segnalati in precedenza, cosicché quest acomplicanza non può essere considerata “una sorpesa” vera e propria.
Secondo la Novartis i casi di insufficienza grave sono < 1% negli oltre 100.000 pazienti trattati in tutto il mondo. I sintomi migliorano rapidamente dopo trattamento con ACE inibitori e carvedilolo. I casi di insufficienza cardiaca grave potrebbero non essere più frequenti rispetto a quanto osservato in una popolazione di controllo senza LMC che, come sappiamo, è una malattia con un’età media di 60 anni, una fascia di età in cui l’incidenza di comorbidità è molto elevata.
Dopo la pubblicazione dell’articolo notevole è stata la preoccupazione dei pazienti e dei medici. Secondo molti autori il rapporto rischi/benefici è inalterato, in questa malattia che solo dieci anni fa era ancora considerata mortale, con una sopravvivenza mediana del 50%, mentre oggi oltre il 90% dei pazienti sopravvive per oltre dieci anni. Secondo altri, invece, il rapporto rischio/beneficio deve essere riconsiderato, soprattutto nei pazienti che sviluppano insufficienza cardiaca.
Questi potrebbero essere molto più numerosi di quanto emerso dai risultati forniti dalla ditta produttrice. Infatti, In diversi studi clinici in cui è stato impiegato Imatinib furono osservate evidenze di disfunzione ventricolare sinistra, con un’alta incidenza di edema periferico, circa il 60%, ed il 5% dei casi classificati gravi. È probabile che molti dei casi considerati come ritenzione idrica, fossero in effetti casi di insufficienza cardiaca. La dispnea fu segnalata nel 12-16% dei soggetti trattati con imatinib e fu classificata come grave nel 4-5% dei casi. Dopo la pubblicazione dello studio L’AIFA e la novartis hanno emesso una nota congiunta nel dicembre 2006 http://antineoplastici.agenziafarmaco.it/menu_guide.htm, in cui invitano a monitorare e trattare rapidamente i sintomi di insufficienza cardiaca nei pazienti trattati con imatinib.
Trattandosi di una farmaco che ha rivoluzionato letteralmente la terapia della LMC e ha migliorato la prognosi dei pazienti, non c’è ragione per sospendere la terapia con imatinib nei pazienti senza segni di grave insufficienza cardiaca.
Riferimenti bibliografici
Kerkela R, Grazette L, Yacobi R, Iliescu C, Patten R, Beahm C, Walters B, Shevtsov S, Pesant S, Clubb FJ, Rosenzweig A, Salomon RN, Van Etten RA, Alroy J,
Durand JB, Force T. Cardiotoxicity of the cancer therapeutic agent imatinib mesylate.
Nat Med. 2006 Aug;12(8):908-16. Epub 2006 Jul 23.
PMID: 16862153 [PubMed - indexed for MEDLINE]
Terapia con idraparinux del tromboembolismo venoso (trombosi venosa profonda ed embolia polmonare)
2 set
La terapia standard per la TROMBOSI VENOSA PROFONDA (TVP) e l’embolia polmonare (epa) è rappresentata da un’iniziale ciclo di eparina non frazionata o a basso peso molecolare (EBPM) seguito da un periodo di 3-12 mesi di terapia anticoagulante orale (TAO) (1-2). Questo approccio è efficace ma richiede il monitoraggio continuativo ed il costante adeguamento delle dosi di TAO.
L’idraparinux (Sanofi-aventis) è un nuovo pentasaccaride sintetico che inibisce il fattore X attivato (Xa) della coagulazione ed è diverso dal fondaparinux per avere una emivita notevololmente più lunga. Questa proprietà permette la somministrazione di una dose fissa per via sottocutanea una volta alla settimana. Continua >
La terapia anticoagulante orale con warfarina nella prevenzione dell'ictus cerebrale e dell'embolia nella fibrillazione atriale
2 set
La Fibrillazione Atriale (FA) non valvolare, o non reumatica, è l’aritmia cardiaca più frequente nella popolazione adulta (14, 21) e rappresenta anche il motivo più frequente per il quale i medici prescrivono la terapia anticoagulante orale (TAO) a base di dicumarolici: warfarina e, meno frequentemente acenocumarolo, almeno in Italia.
La fibrillazione atriale non è proprio una condizione così benigna. Rispetto alla popolazione a ritmo sinusale, cioè con un ritmo cardiaco normale, un paziente con fibrillazione atriale ha un rischio doppio di morte a qualsiasi età, indipendentemente dalla presenza di altri fattori di rischio e dalle sue condizioni cardiovascolari (7). La fibrilalzione atriale condiziona pesantemente la morbilità, l’ insorgenza cioè di altre malattie, e la mortalità delle persone che ne sono affette;peggiora la qualità di vita almeno nei due terzi dei pazienti sintomatici (12, 16). Continua >
I principali studi sulla terapia anticoagulante per la prevenzione dell'ictus cerebrale nella fibrillazione atriale: lo studio SPAF I,Stroke Prevention in Atrial Fibrillation I
2 set
Lo Studio SPAF I (8), condotto fra il 1982 ed il 1987 in 16 centri localizzati negli USA ed in Canada, arruolò 1330 pazienti con fibrillazione atriale non reumatica cronica e parossistica (34% dei casi)
I partecipanti furono suddivisi in due gruppi:
- nel primo, tutti i pazienti senza controindicazioni alla TAO (677)furono randomizzati a warfarina o aspirina o placebo;
- nel secondo gruppo 703 pazienti con controindicazioni ai dicumarolici (in genere per il rischio eccessivo di sanguinamento) furono randomizzati ad aspirina o placebo. Continua >
I principali studi sulla terapia anticoagulante per la prevenzione dell'ictus cerebrale nella fibrillazione atriale: lo studio AFASAK
2 set
Lo Studio danese AFASAK (Copenhagen Atrial Fibrillation – Aspirin – Anticoagulation Study), è uno studio randomizzato placebo-controllato, condotto fra il novembre 1985 ed il giugno 1988 in un singolo centro a Copenaghen.
Nello studio AFASAK furono arruolati 1.007 pazienti ambulatoriali (540 uomini e 467 donne) con fibrillazione atriale ed età media di 74 anni. 335 pazienti furono trattati con la TAO con l’intento di mantenere un INR fra 2,8-4,2; 336 con aspirina (ASA) (75 mg/die), altri 336 con placebo. I pazienti furono seguiti per 2 anni o fino alla conclusione dello studio.
Altri 1539 soggetti furono esclusi perché privi dei criteri di inclusione: il motivo principale dell’esclusione fu il rifiuto a partecipare da parte di 839 pazienti.
Per i pazienti in warfarina l’intervallo terapeutico dell’INR fu fissato fra 2,8 e 4,2. Quindi con limiti abbastanza elevati rispetto all’intervallo di 2-3 oggi consigliato nella maggioranza dei casi. Continua >
Rivaroxaban, un inbitore diretto selettivo del fattore Xa, è attivo nella terapia della trombosi venosa profonda
2 set
L’inibizione selettiva del fattore Xa è efficace nella prevenzione della malattia tromboembolica venosa. Lo dimostra l’esperienza positiva con il fondaparinux, un inibitore selettivo del FXa.
Rivaroxaban (BAY 59-7939) è un inibitore diretto selettivo del FXa somministrabile per via orale. Inibisce il FXa con una selettività 10.000 superore rispetto ad altre serinproteasi. Rivaroxaban ha una farmacocinetica ed una farmacodinamica prevedibile nei soggetti sani e negli operandi in ortopedia. Rivaroxaban ha una biodisponibilità relativa elevata (>80%) ed una duplice via d’eliminazione: renale (66%) e fecale.viene escreto prevalentemente immodificato. Ha un’emivita plasmatica di circa 9 ore nei giovani e di 12 negli anziani; le concentrazioni di picco sono raggiunte in 2-4 ore. Rivaroxaban non richiede il monitoraggio di laboratorio ed è somministrato a dosi fisse.
In uno studio di fase II è la prima volta che un farmaco inibitore selettivo del FXa è utilizzato per il trattamento di una trombosi venosa profonda in atto; studi precedenti avevano dimostrato l’efficacia di rivaroxaban nella prevenzione degli eventi tromboembolici in chirurgia ortopedica.
Lo studio ODIXa-DVT (Oral Direct Factor Xa Inhibitor BAY 59-7939 in Patients With Acute Symptomatic Deep-Vein Thrombosis) arruolò 636 pazienti con TVP documentata fra il marzo 2004 e il giugno 2005. 613 soggetti furono randomizzati a ricevere enoxaparina seguita da dicumarolici (TAO) o rivaroxaban (10, 20 o 30 mg x 2 al giorno o 40 mg al giorno in singola dose). Gli autori costruirono un sistema a punteggio basato sulle immagini ecodoppler e sulle scintigrafie polmonari (thrombus score) per valutare l’efficacia antitrombotica del farmaco. Era considerato significativo un miglioramento di almeno 4 punti di questo sistema di scoring entro 21 giorni. Questo end point fu raggiunto nel 53%, 59%, 57% e 48% dei soggetti trattati con 10mg, 20 mg o 30 mg x 2 o con 40 mg/die di rivaroxaban e nel 46% dei pazienti tratti con enoxaparina.
A 3 mesi l’end point d’efficacia era raggiunto in circa il 70% dei pazienti trattati con le quattro dosi di rivaroxaban e nel 71% di quelli che assunsero enoxaparina. A 3 mesi furono osservati 2 decessi da MTE nei pazienti trattati con rivaroxaban contro zero del gruppo enoxaparina; 3 embolie polmonari non fatali nei pazienti che assunsero rivaroxaban contro zero del gruppo enoxaparina; 4 tvp ricorrenti nel gruppo rivaroxaban contro 1 nel gruppo enoxaparina.
Emorragie maggiori furono osservate nel 2% circa dei soggetti trattati con rivaroxaban contro zero del gruppo enoxaparina/TAO. Un totale di 13 decessi (2,7%) furono osservati nel gruppo rivaroxaban contro 1 (0,8%) del gruppo enoxaparina (RR 3,4%, IC 95% 0,56-33,7%). Due decessi nei pazienti in rivaroxaban furono attribuiti ad epa, uno ad insufficienza epatica (attribuita a riattivazione di epatite virale B in una paziente trasfusa due mesi prima). La maggioranza degli altri decessi fu causata da neoplasie.
Un aumento delle transaminasi fu osservato nel 2-4,3% dei pazienti con rivaroxaban contro il 21,6% del gruppo enoxaparina/tao. Dopo tre settimane il numero di pazienti con aumento delle transaminasi era simile indipendentemente dal trattamento (2% contro 1%). In tre pazienti il rivaroxaban fu sospeso a causa dell’ipertransaminasemia.
In conclusione in questo studio di fase II la dose ottimale di rivaroxaban è risultata probabilmente quella di 20 mg/die. Questa dose dovrà essere sperimentata in studi successivi. Negli studi di fase III dovrà anche essere valutata l’epatotossicità, anche ala luce dell’esperienza negativa con lo ximelagatran, un altro inibitore del FXa, che è stato ritirato dal commercio a causa dei danni epatici.
Un altro aspetto da valutare è la mortalità globale dei pazienti. Infatti, anche se nessuna morte fu attribuita al rivaroxaban, il numero di decessi era superiore rispetto al gruppo trattato con enoxaparina/tao.
Da questo punto di vista c’è anche da rimarcare che i pazienti arruolati erano relativamente più giovani e con un minore incidenza di neoplasie (<3%) rispetto ad altri studi: queste caratteristiche della popolazione studiata può aver ridotto la probabilità di estensione del trombo o di emorragie maggiori.
Riferimenti bibliografici
5: Agnelli G, Gallus A, Goldhaber SZ, Haas S, Huisman MV, Hull RD, Kakkar AK, Misselwitz F, Schellong S; ODIXa-DVT Study Investigators.
Treatment of proximal deep-vein thrombosis with the oral direct factor Xa inhibitor rivaroxaban (BAY 59-7939): the ODIXa-DVT (Oral Direct Factor Xa
Inhibitor BAY 59-7939 in Patients With Acute Symptomatic Deep-Vein Thrombosis) study.
Circulation. 2007 Jul 10;116(2):180-7. Epub 2007 Jun 18.
PMID: 17576867 [PubMed - indexed for MEDLINE]
La recidiva del tromboembolismo venoso nei pazienti giovani
2 set
Le recidiva della malattia venosa tromboembolica comporta un significativo costo economico per la società ed una diminuzione della qualità di vita per i pazienti.
Diversi studi clinici hanno indagato i fattori di rischio per la recidiva della trombosi con lo scopo di suddividere i pazienti in categorie a basso ed alto rischio e, se possibile, di ottimizzare il trattamento per la profilassi secondaria.
È stato dimostrato che la presenza di alcuni fattori come cancro, condizioni trombofiliche persistenti, età avanzata, ed una breve durata della anticoagulazione dopo il primo episodio aumentano il rischio di recidiva della trombosi venosa. I campioni di popolazione studiati finora sono eterogenei e vi sono pochi studi sulle conseguenze cliniche a lungo termine della trombosi venosa profonda. Continua >
I principali studi sulla terapia anticoagulante per la prevenzione dell'ictus cerebrale nella fibrillazione atriale: lo studio SPINAF, Stroke Prevention In Atrial Fibrillation
2 set
Lo SPINAF, Stroke Prevention In Atrial Fibrillation è uno Studio randomizzato in doppio cieco, placebo-controllato, disegnato per valutare ‘efficacia dell’anticoagulazione con warfarin a bassa intensità (per mantenere una PT ratio fra 1,2 e 1,5) in uomini con Fibrillazione atriale Non Valvolare (FANV).
L’end point primario era rappresentato dall’infarto cerebrale, quelli secondari dall’emorragia cerebrale o dal decesso. 46 su 571 pazienti avevano già avuto un evento cerebrale.
Ad un follow-up medio di 1,7 anni, nei pazienti senza pregresso ictus, furono osservati 19 infarti cerebrali in 265 pazienti del gruppo placebo (4,3% per anno) e 4 nei 260 trattati con warfarina (0,9% per anno), con una Riduzione del Rischio Relativo (RRR) dello 0,79 (IC 95% 0,52-0,9; p=0,001), senza differenze significative, in entrambi i gruppi, fra gli eventi osservati in pazienti <70 anni di età e quelli con >70 anni. Fu osservata una sola emorragia cerebrale nel gruppo di pazienti trattati con warfarina.
Il tasso di emorragie maggiori, tutte a carico del tratto gastro-intestinale, fu dello 0,9 % nel gruppo placebo vs 1,3% nel gruppo che ricevette warfarina.
Vi furono 37 decessi per motivi diversi dall’end point primario nei pazienti senza pregresso ictus, 22 nel gruppo placebo e 15 nel gruppo warfarina, con un tasso annualizzato del 3,3% e 5%, rispettivamente, ed una RRR di 0,31 (IC 95% da – 0,29 a 0,63, p=0,19).
Nei pazienti senza pregresso ictus ‘end point combinato di infarto cerebrale e morte dava un 9,3% per anno di eventi nel gruppo placebo e 4,2% per anno nel gruppo warfarina, con una RRR di 0,53 (IC 95% 0,24-0,71, p=0,003).
Nei pazienti con pregresso ictus la recidiva dell’infarto cerebrale era del 9,3% per anno con il placebo e del 6,1% per anno con la warfarina, con una RRR 0,4 (IC 95% da -1,66 a 0,87, p=0,63). ‘end point combinato di infarto cerebrale e morte dava un 18,6% per anno di eventi nel gruppo placebo ed un 21,4 % per anno nel gruppo warfarina, con una RRR di -0,04 (IC 95% da -1,4 a 0,55; p=0,77).
Il tasso dei decessi era del 9,3% per anno nel gruppo placebo e 15,3% per anno nel gruppo warfarina, corrispondente ad una RRR di -0,49 (IC 95% da -3,83 a 0,54; p=0,44).