Articoli selezionati dalle riviste mediche più prestigiose
Ematologia
Incidenza di neoplasie in una popolazione di pazienti ungheresi affetti da lupus eritematoso sistemico
7 set
I progressi della terapia del lupus eritematoso sistemico hanno consentito un aumento della durata della vita media dei pazienti, con la conseguenza di un aumento della frequenza di altre patologie che spesso sono la principale causa di morte in questi soggetti.
In uno studio retrospettivo ungherese su oltre 800 pazienti sono stati identificati 37 casi di tumore, con una prevalenza globale del 4,3%. Se paragonati a quelli della popolazione normale standardizzata per età e sesso, tali valori non erano aumentati, essendo il rapporto pari a 0,85 per tutte le neoplasie. Tuttavia il rapporto fra incidenza nei pazienti con lupus eritematoso sistemico e soggetti normali era aumentato per i seguenti tumori: 1,74 per il cancro del collo dell’utero; 1,31 per tutte le neoplasie ematologiche, 3,47 per i linfomi non Hodgkin.
La trombolisi nell’ictus cerebrale ischemico acuto con Tissue-type Plasminogen Acivator (tPA):i risultati dello studio Standard Treatment with Alteplase to Reverse Stroke (STARS)
6 set
Nonostante il Tissue-type Plasmiogen Activator (tPA) sia appropriato in pazienti selezionati con ictus acuto ischemico, soltanto una minoranza dei casi è effettivamente sottoposta a trombolisi nella pratica clinica corrente. Il motivo principale dello scarso utilizzo della procedura è, probabilmente,il timore che il rischio di emorragia cerebrale sintomatica sia in realtà superiore a quello osservato nel corso di studi randomizzati quali il NINDS.
Per questo motivo la FDA degli USA ha richiesto uno studio di fase IV per valutare il profilo di tollerabilità e sicurezza dopo somministrazione endovenosa di tPA ai pazienti osservati nella pratica clinica quotidiana.
Lo studio STARS (Standard Treatment with Alteplase to Riverse Stroke) è uno studio multicentrico, prospettico, randomizzato nel quale sono stati seguiti 389 soggetti con ictus cerebrale ischemico acuto alla presentazione. I partecipanti furono arruolati fra i febbraio 1997 ed il dicembre 1998 in 57 degli 83 centri che stavano partecipando allo studio ATLANTIS (the Alteplase Thrombolysis for Acute non Interventional Therapy), nel quale era valutata l’efficacia della terapia con tPA per via endovenosa somministrato fra la terza e la quinta ora dalla comparsa dei sintomi e segni clinici di ictus cerebrale ischemico acuto. Continua >
Il trait beta-talassemico è un fattore di rischio per l'accumulo di ferro e la fibrosi epatica nell'epatite cronica C.
6 set
L’epatite cronica C è caratterizzata da un’elevata variabilità del tasso di progressione della malattia, poiché alcuni pazienti mostrano una minima evoluzione del danno epatico e altri sviluppano rapidamente una fibrosi che porta alla cirrosi e all’epatocarcinoma.
Diversi fattori relativi al virus e all’ospite, compresi l’età avanzata al momento dell’infezione, il consumo d’alcol, il sesso maschile, la coinfezione con il virus dell’epatite B o con HIV-1, il sovrappeso, il contenuto epatico di ferro sono stati associati con un aumentato rischio di progressione dell’epatite C. Fra tutti questi fattori le interazioni del virus con il ferro hanno ricevuto un’attenzione crescente negli ultimi anni. Un lieve sovraccarico di ferro è frequentemente osservato nelle biopsie epatiche dei pazienti con epatite cronica C, e i pazienti HCV+ con aumentato contenuto epatico di ferro hanno un grado maggiore di fibrosi rispetto ai pazienti senza accumulo di ferro. Inoltre, i trattamenti mirati alla riduzione del carico di ferro sembrano migliorare il danno epatico nei pazienti con epatite non trattata ed aumentare il tasso di risposte all’interferone nei soggetti interferone-resistenti. Continua >
La mutazione JAK2(V617F) riesce ad identificare una malattia mieloproliferativa clinicamente latente in soggetti con trombosi "idiopatica " della vena porta o delle vene epatiche
6 set
Le malattie mieloproliferative croniche latenti clinicamente sono importante causa di quelle che altrimenti sarebbero considerate come trombosi delle vene epatiche o della vena porta idiopatiche. Queste malattie possono essere molto difficili da diagnosticare inizialmente poiché la conta periferica può essere normale al momento della trombosi.
Alcuni pazienti hanno anomalie morfologiche caratteristiche di una mieloproliferativa cronica nel midollo ed un emocromo completamente normale, ma sviluppano un’aperta malattia mieloproliferativa cronica diversi anni dopo la presentazione della trombosi. Per diagnosticare questi casi, precedenti studi hanno utilizzato culture in vitro di cellule progenitrici in assenza di fattori di crescita e/o il dato di una morfologia midollare anomala.
Recentemente diversi gruppi hanno segnalato la presenza di una mutazione somatica attivante il gene che codifica la tirosina chinasi citoplasmatica JAK2 in un numero significativo di pazienti con malattia mieloproliferativa cronica Philadelphia negativa. La mutazione nota come JAK2(V617F), non è presente in soggetti normali. Continua >
Prevalenza della neutropenia cronica benigna in soggetti residenti nella penisola araba
6 set
Alcuni studi indicano che anche gli arabi possono avere un numero inferiore di neutrofili rispetto alle persone di discendenza europea. Gli arabi sono circa 300 milioni di persone residenti in 29 paesi; vivono spesso in gruppi tribali e praticano l’endogamia, una consuetudine in grado di alterare la prevalenza di malattie genetiche come la BN. Pertanto, i valori di riferimento “normali” del numero dei neutrofili negli arabi sani sono molto importanti per prevenire i potenziali danni derivanti dall’utilizzo di un range inappropriato di riferimento.
Gli obiettivi dello studio in esame erano: a) determinare la prevalenza della Neutropenia Benigna (BN) (vale a dire, neutrofili o ANC <1,5 x 109 cellule / L) in un campione rappresentativo di arabi sani, b) analizzare le dinamiche della conta dei neutrofili nei soggetti con BN, e c) stabilire la modalità di trasmissione in famiglie selezionate con BN. I campioni di sangue sono stati analizzati (una volta) nel corso di un periodo di sei mesi (marzo, 2007 – Agosto, 2007) nell’ambito di un programma nazionale di screening per la talassemia e l’emoglobina S coordinato da un centro di screening localizzato nella città di Al Ain, Emirati Arabi Uniti (EAU), che si trova sul confine con l’Oman e in prossimità dell’ Arabia Saudita. Questo programma di screening è interamente finanziato dal governo. Lo studio era limitato ai cittadini degli Emirati Arabi Uniti in procinto di sposarsi; di conseguenza, la popolazione espatriata è stata esclusa da questo studio. Nella popolazione locale degli Emirati Arabi Uniti, i matrimoni sono combinati, spesso consanguinei, vale a dire, tra cugini, e il matrimonio non può essere celebrato senza una licenza rilasciata da un giudice dopo aver controllato il referto del centro di screening. Sono stati inclusi nell’analisi finale 1.032 uomini e donne sani consecutivi. Continua >
La moderna terapia aumenta la sopravvivenza dei linfomi follicolari
6 set
Il linfoma follicolare è il prototipo dei LNH a basso grado di malignità, un gruppo eterogeneo di neoplasie del sistema linfatico caratterizzato da un decorso indolente, sopravvivenza mediana abbastanza lunga e tendenza alle recidive.
Il linfoma follicolare è definito come un linfoma che origina dai linfociti B del centro germinativo (centroblasti e centrociti) che mantiene, almeno un pattern istologico nodulare o follicolare.
Per molti pazienti, soprattutto anziani, un approccio conservativo che rimandi l’inizio della terapia al momento della progressione clinica e della comparsa di complicanze può rappresentare il miglior provvedimento terapeutico. La scelta della terapia iniziale ha classicamente rappresentato un dilemma per il medico ed il paziente, giacché le varie terapie (alchilanti come singolo farmaco o associati con uno o più di uno fra i tanti farmaci antineoplastici, protocolli contenenti fludarabina, terapia ad alte dosi con trapianto di cellule staminali, farmaci “biologici” (come interferone, rituximab), nonostante la notevole variabilità del tasso di risposte iniziali, non hanno in passato ottenuto sostanziali e significativi miglioramenti della sopravvivenza complessiva. Continua >
Micosi fungoide e sindrome di Sézary
6 set
La micosi fungoide è un linfoma non Hodgkin dei linfociti T che interessa primitivamente la cute; nelle fasi più avanzate può diffondersi ai linfonodi e agli organi interni.
La malattia inizialmente si presenta con lesioni di vario tipo che possono essere asintomatiche e durare anche anni, durante i quali la malattia può essere confusa, anche dopo biopsia cutanea, con numerose altre condizioni.
In seguito si formano lesioni eritematose ed eczematose, simili a quelle provocate da infezioni fungine. Si passa quindi allo stadio delle placche e poi allo stadio di “fungo”, cioè della formazioni di lesioni grossolane. Queste possono raramente rappresentare le lesioni iniziali della malattia. La figura 1 rappresenta delle lesioni tipiche della micosi fungoide.
Se nel sangue sono presenti le cellule neoplastiche, si parla di Sindrome di Sézary. Le cellule neoplastiche (“cerebriformi”) compaiono generalmente nelle fasi più avanzate della malattia, ma non sempre. Continua >
I linfomi di Hodgkin nei bambini
5 set
I linfomi di Hodgkin sono rari nei bambini con meno di 5 anni. A partire da questa fascia di età si assiste ad un progressivo aumento dell’incidenza della malattia, cosicché i giovani fino a 20-25 anni rappresentano una percentuale significativa della popolazione di pazienti con Hodgkin.
Anche per la malattia di Hodgkin valgono le stesse considerazioni generali fatte per i linfomi non Hodgkin in età pediatrica, cui si rimanda. In particolare è raccomandabile che essi siano seguiti presso centri dotati di esperienza nel trattamento dei tumori infantili dove è possibile un approccio multidisciplinare.
Per quanto riguarda la sintomatologia, le procedure diagnostiche e della stadiazione non esistono significative differenze con i linfomi di Hodgkin dell’adulto. Le modalità di esordio clinico sono praticamente uguali, cioè quasi sempre il primo sintomo è la comparsa di ingrossamento di uno o più linfonodi nella regione del collo non dolente, senza altri disturbi. Il sistema di stadiazione utilizzato è quello di Ann Arbor o la sua versione modificata a Cotswold e gli accertamenti diagnostici sono identici a quelli previsti per tutti gli altri tipi di linfoma.
Anche per quanto riguarda la terapia degli Hodgkin pediatrici il cardine è rappresentato dalla chemioterapia mentre, negli ultimi anni, la radioterapia è stata usata meno frequentemente che in passato, soprattutto per cercare di ridurre gli effetti collaterali tardivi della terapia del morbo di Hodgkin. Molti di essi sono più frequenti in soggetti con meno di 16 anni al momento della diagnosi, specie se trattati con modalità combinata (chemioterapia e radioterapia).
Oggi è possibile guarire definitivamente il 90% dei bambini e adolescenti affetti dal morbo di Hodgkin, per cui diventa imperativo cercare di ridurre il più possibile gli effetti collaterali a distanza della terapia, in modo da non annullare gli ottimi risultati raggiunti.
Studi recenti hanno evidenziato che le percentuali di guarigione poosono essere prtaicamente identiche quando si ometta la radioterapia in pazienti con prognosi favorevole, sia negli stadi limitati sia in quelli estesi.
Inoltre, quando si ritenga indispensabile l’uso della radioterapia, si usano dosi inferiori rispetto agli adulti, specie in soggetti che non hanno ancora completato lo sviluppo. Per esempio nei bambini irradiati a mantellina è frequente osservare un ridotto sviluppo delle strutture musculo-scheletriche del collo e della parte superiore del torace.
Linfoma di Hodgkin: Terapia degli stadi limitati a prognosi favorevole
5 set
Fra i pazienti con linfoma di Hodgkin (LH) ad estensione limitata, cioè in stadio I-II, la terapia radiante ad alte dosi a scopo guaritivo ha rappresentato in passato la terapia di elezione per la malattia localizzata con l’eventuale aggiunta di chemioterapia (CT) adiuvante; è tuttavia possibile che la chemioterapia da sola possa rappresentare una valida alternativa alla radioterapia (RT).
La RT da sola è in grado di fornire eccellenti risultati nei pazienti con malattia localizzata ma, soprattutto in alcuni sottogruppi di pazienti trattati con RT poco estesa, è gravata da un alto tasso di recidive. Continua >
Origine della cellula di Reed-Sternberg
5 set
Il linfoma di Hodgkin (LH) è una neoplasia dalle caratteristiche peculiari in quanto le cellule tumorali, note come cellule di Reed-Sternberg, sono rare e immerse in un infiltrato cellulare reattivo predominante costituito da granulociti, plasmacellule, linfociti T, istiociti, eosinofili.
Nel corso degli anni l’origine delle cellule neoplastiche del LH è rimasta avvolta da un alone di mistero; esse sono state di volta in volta considerate come originate dai macrofagi, dagli istiociti, dalle cellule follicolari dendritiche, dalle cellule reticolari interdigitate, dai granulociti, dai linfociti B o dai linfociti T.
Oggi è oramai definitivamente accettata la loro origine da linfociti B periferici anche se, raramente può essere dimostrata un’origine da linfociti T.
La diagnosi di linfoma di Hodgkin richiede la presenza delle tipiche cellule binucleate note come cellule di Reed-Sternberg (R-S) e delle sue varianti (cellule di Hodgkin ecc.) che devono essere caratteristicamente scarse rispetto alla componente infiammatoria polimorfa.
Le cellule di R-S classiche sono anche definite diagnostiche del LH, ma non sono patognomoniche poiché possono essere osservate anche in processi reattivi, come malattie virali, o altre malattie neoplastiche primitive e secondarie dei linfonodi (12); esse si presentano come grandi cellule in possesso di un nucleo bilobato con un nucleolo eosinofilo ben evidente e membrana nucleata ispessita.
L’incertezza sull’origine delle cellule neoplastiche e la loro rarità hanno innescato un intenso dibattito sulla natura neoplastica o infettiva del LH, dibattito che oggi possiamo considerare concluso dopo il definitivo riconoscimento della natura tumorale maligna del LH e della sua origine dai linfociti B periferici.
Un aspetto curioso di questa conclusione è che oramai c’è accordo, pressoché unanime, nel considerare il LH come una malattia neoplastica di probabile origine infettiva, almeno in una buona parte dei casi.