Posts tagged immunosoppressione

La vaccinazione antinfluenzale nei pazienti che ricevono chemioterapia antitumorale

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La chemioterapia può produrre immunosoppressione acuta e profonda, anche se il suo grado differisce a seconda dei farmaci antineoplastici, le dosi e la durata totale della terapia. Una stima del numero di pazienti sottoposti a chemioterapia ogni anno non è disponibile.
Le informazioni sulla frequenza dell’influenza tra gli adulti sottoposti a chemioterapia sono abbastanza limitate. Tra i pazienti neoplastici ricoverati in ospedale con sintomi respiratori durante i periodi di epidemia influenzale, il 21-33% risulta positivo ai test per l’influenza. Anche la mortalità per influenza è molto alta tra i pazienti con cancro. Quattro diversi studi hanno riportato percentuali di decessi del 11%, 25%, 27% e 33% . (continua…)

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La vaccinazione antinfluenzale nei pazienti che assumono cortisonici

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I corticosteroidi per via sistemica sono utilizzati per la terapia di numerose malattie, in particolare malattie autoimmuni e infiammatorie come l’asma, l’artrite reumatoide e la malattia infiammatoria intestinale cronica. Alcuni pazienti ricevono corticosteroidi per brevi periodi, mentre altri rimangono in terapia cronica. La prevalenza dell’uso di corticosteroidi non è ben nota. Nella popolazione adulta si stima che l’un percento circa utilizza corticosteroidi per via orale in qualsiasi momento, assumendo almeno 7,5 mg di prednisone (o equivalenti) al giorno per oltre 6 mesi. (continua…)

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La vaccinazione antinfluenzale nei pazienti riceventi un trapianto di organo solido

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I pazienti trapiantati sono trattati con farmaci immunosoppressori che alterano numerosi meccanismi immunitari. Pertanto, sono proprio quei pazienti a maggior rischio di avere infezioni influenzali più gravi che hanno maggiori probabilità di non rispondere adeguatamente alla vaccinazione. Quasi il 90% dei trapianti di organi solidi sono rappresentati da reni, fegato, cuore.
Una revisione retrospettiva di pazienti con trapianto di organi solidi ricoverati in ospedale per influenza tra il 1990 e il 2000, ha evidenziato un numero elevato di pazienti con trapianto di polmone rispetto ai pazienti che avevano ricevuto trapianti di fegato e di rene. Questi tassi di ricovero più elevati potrebbero essere l’effetto di una maggiore sorveglianza dei riceventi di trapianto polmonare, di una diminuzione degli anticorpi secreti nel polmone trapiantato, di lesioni epiteliali, di un alterato drenaggio linfatico del polmone trapiantato nel sito primario dell’infezione influenzale. Altri tre studi in riceventi di trapianto di polmone con sintomatologia acuta virale delle vie respiratorie hanno identificato l’influenza nel 3%, 16%, e 48% delle malattie virali nei periodi di maggior diffusione dell’influenza nella comunità. (continua…)

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La vaccinazione antinfluenzale nei pazienti in emodialisi

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Complesse e multifattoriali sono le cause di disfunzione immunitaria nei pazienti in emodialisi: difetti di attivazione del complemento, della funzione dei neutrofili e dei linfociti B e T, deficit anticorpali Le infezioni sono la seconda causa di morte nei pazienti in dialisi Rispetto alla popolazione generale, le infezioni polmonare uccidono molti più pazienti dializzati ed anche tassi di mortalità da sepsi sono più elevati. Tuttavia, non esistono dati sulla frequenza specifiche delle infezioni influenzali e sui tassi di mortalità per influenza specifici in questa popolazione di pazienti. (continua…)

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La vaccinazione antinfluenzale nei pazienti con infezione da HIV/AIDS

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Si stima che circa 1,3 milioni di persone vivono con l’HIV / AIDS nel Nord America. In tutto il mondo, l’epidemia colpisce circa 33,2 milioni (da 30.6 a 36.1 milioni). L’influenza è una frequente causa di malattie respiratorie negli adulti con l’HIV. Poiché sia gli anticorpi che le cellule T svolgono un ruolo cruciale nella risposte immunitarie antivirali, i pazienti infetti da HIV potrebbero avere infezioni influenzali gravi e prolungate, come riportato in diverse casistiche e in casi aneddotici.
Due ampi studi, effettuati in era precedente alla diffusione della terapia antiretrovirale altamente attiva (HAART), avevano osservato un elevato numero di ricoveri ospedalieri e di mortalità da influenza nei pazienti con HIV / AIDS. Uno studio, che ha analizzato i dati di un database amministrativo, ha evidenziato che i tassi di ospedalizzazione per malattie cardiopolmonari nei pazienti con HIV / AIDS è diminuita del 53% durante l’era HAART. Tuttavia, il tasso di ospedalizzazione è ancora superiore a quello della popolazione generale degli Stati Uniti, ed è simile a quella di altre popolazioni ad alto rischio per i quali si raccomanda la vaccinazione antinfluenzale. La terapia HAART sembra ridurre il numero di pazienti con HIV / AIDS ricoverati per l’influenza in ospedale, grazie anche al miglioramento della risposta anticorpale osservata nei soggetti trattati. Tuttavia gran parte della popolazione mondiale affetta da HIV / AIDS vive in aree a risorse limitate come quella sub-sahariana, dove i farmaci antiretrovirali sono disponibili per meno del 10% di coloro che necessitano del trattamento.
Altri fattori con elevata prevalenza nei soggetti affetti da HIV/AIDS, quali fumo di sigaretta, uso di stupefacenti per via inalatoria, malattie polmonari croniche possono aumentare ulteriormente il rischio d’infezione delle vie respiratorie in queste popolazioni. (continua…)

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La vaccinazione antinfluenzale nei pazienti con immunodepressione acquisita

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Nonostante le preoccupazioni prevalenti per il rischio d’infezione influenzale nei pazienti immunodepressi, l’incidenza e gli effetti dell’infezione nei soggetti immunodepressi non sono ben conosciuti. Sebbene la vaccinazione antinfluenzale sia raccomandata da molti per le persone immunodepresse, i dubbi derivano dalla constatazione che la stessa disfunzione immunitaria, che aumenta il rischio e le complicanze dell’influenza, possa compromettere anche le risposte e l’efficacia del vaccino. (continua…)

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Efficacia del vaccino antinfluenzale nei pazienti con leucemia linfatica cronica

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La LLC può essere definita una malattia da accumulo di linfociti B arrestati nella fase G0 del ciclo cellulare; le cellule B leucemiche, pur avendo il fenotipo delle cellule B attivate, non responsiva ai comuni mitogeni, resistenti all’apoptosi (9).Tipica delle persone anziane, la LLC origina nel 95% dei casi dai linfociti B maturi e nel restante dei casi da linfociti T o da cellule Natural Killer (NK) (11).

Anche se un quarto circa dei pazienti ha una malattia stabile che non richiederà mai alcun intervento, la maggioranza dei pazienti affetti da LLC-B tipicamente sviluppa una progressiva linfocitosi, con linfoadenopatia, epatosplenomegalia, anemia, piastrinopenia, ipogammaglobulinemia (31).

Alla malattia è associata un’immunodepressione, anch’essa progressiva, la cui patogenesi è multifattoriale e interessa tutti gli elementi cellulari che intervengono nella difesa dai patogeni: linfociti, neutrofili, monociti, cellule Natural Killer (NK), sistema del complemento (8). Difetti quantitativi e qualitativi sono stati, infatti, identificati a carico di tutte le cellule ed i sistemi appena ricordati. (continua…)

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Linfomi non Hodgkin causati dalla terapia antineoplastica – 2. Ruolo della chemioterapia e della radioterapia

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Associazione fra linfomi non Hodgkin e radioterapia

L’associazione tra l’esposizione alle radiazioni e neoplasie secondarie alla terapia è ben nota. Tuttavia, al di fuori di questo ambito, vi sono solo limitate evidenze sull’effetto delle radiazioni nella patogenesi dei sNHL. Anche all’interno del gruppo di soggetti più studiato, i sopravvissuti alla bomba atomica in Giappone, non vi era evidenza di un aumentato rischio di sNHL . Vi sono, tuttavia, i risultati degli studi che dimostrano un aumento dei tassi di decessi per cancro in pazienti sottoposti a radioterapia della spina dorsale per spondilite anchilosante, ma non è stato osservato un chiaro rapporto con la dose somministrata. L’associazione della radioterapia con sNHL è difficile da confermare, al contrario dell’associazione con i tumori solidi, che è indubbiamente presente.. (continua…)

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Le infezioni nella leucemia linfatica cronica. Fattori di rischio

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Le infezioni rappresentano un’importante causa di morbilità almeno nel 70-80 %dei pazienti con leucemia linfatica cronica (LLC).

Esse rappresentano anche la più importante e frequente causa di mortalità in oltre la metà dei casi. La patogenesi delle infezioni è riconducibile alla combinazione di numerose anomalie immunologiche quali ipogammaglobulinemia, neutropenia, deficit dell’immunità cellulare e del complemento. Le anomalie immunologiche sono accentuate dalla terapia, in particolar modo dagli analoghi delle purine (fludarabina, cladribina, pentostatina) e dagli anticorpi monoclonali (rituximab, alemtuzumab ecc.) che sempre più frequentemente sono impiegati, anche come farmaci di prima linea. La neutropenia, secondaria alla chemioterapia aggressiva e/o all’infiltrazione midollare da parte delle cellule leucemiche, è un fattore di rischio per infezioni batteriche e fungine. Le anomalie dell’immunità cellulare, indotte anche da citochine secrete dal clone maligno, comportano deficit funzionali dei linfociti T e delle cellule Natural Killer (NK) che predispongono il paziente alle infezioni da patogeni opportunisti. Sebbene la maggioranza dei casi di leucemia linfatica cronica non richieda l’inizio della terapia al momento della diagnosi iniziale, le complicanze infettive alla fine si presentano quasi inevitabilmente durante il decorso della malattia. Le infezioni sono causate in maggioranza da batteri Gram positivi e, meno frequentemente, da quelli Gram negativi. L’introduzione di farmaci in grado di provocare rilevante e persistente immunosoppressione quali fludarabina e alemtuzumab, ha modificato lo spettro delle infezioni. Anche a distanza di molti mesi dalla fine del trattamento con questi medicamenti, si osserva, infatti, un aumento relativo della frequenza di infezioni opportunistiche quali quelle causate da Pneumocistys carinii, Listeria monocytogenes, Herpesviruses. Anche i protocolli di condizionamento per il trapianto autologo ed allogenico causano grave neutropenia ed immunodepressione, responsabili dell’aumentato tasso di infezioni batteriche, fungine, parassitarie e virali, spesso di tipo opportunistico. Il rischio di infezione è particolarmente elevato nei pazienti anziani, negli stadi avanzati della malattia, nei pazienti pluritrattati. È possibile elaborare dei modelli predittivi del rischio di infezione nel singolo paziente ed utilizzare diverse opazientioni per la profilassi e terapia delle infezioni: antibiotici, immunoglobuline per via endovenosa, vaccinazioni, fattori di crescita granulocitari. L’obiettivo di questo studio è: di valutare l’importanza dei principali fattori di rischio per le infezioni e di analizzare i risultati ottenuti dagli studi che hanno valutato la profilassi e la terapia delle complicanze infettive nei pazienti con leucemia linfatica cronica.

Le infezioni sono generalmente causate da batteri capsulati, ma soprattutto a distanza di tempo dal termine della terapia, aumenta la frequenza di infezioni opportunistiche causate da Pneumocistys carinii, herpes zoster varicella, Candida spp e altri funghi.

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Fattori che influenzano la risposta della sopravvivenza nei pazienti con mielodisplasia trattati con terapia immunosoppressiva

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Il concetto che una risposta immunitaria diretta contro le cellule emopoietiche può causare insufficienza del midollo portando ad una pancitopenia deriva dalle prime esperienze con trapianto di midollo per l’anemia aplastica grave, quando si cominciò ad osservare che alcuni pazienti che non presentavano attecchimento del midollo sviluppavano un recupero ematologico autologo. Diversi autori in seguito utilizzarono la globulina antitimocitaria per trattare l’insufficienza midollare che accompagna le mielodisplasie ipoplastiche con qualche successo.

In seguito è stato dimostrato che la terapia immunosoppressiva può essere di beneficio per i pazienti affetti da mielodisplasia indipendentemente dalla cellularità del loro midollo. La globulina antitimocitaria fu uno dei primi farmaci a dimostrare efficacia nelle mielodisplasie. Alcuni autori svilupparono un sistema a punteggio di previsione della risposta l’immunoterapia basata sull’età del paziente, la durata della dipendenza da trasfusione di globuli rossi, e dalla presenza di un allele HLA-DR15. Sebbene l’immunoterapia può migliorare la citopenia della mielodisplasia, non è stato estesamente studiato l’impatto dell’ immunoterapia sulla sopravvivenza e sulla progressione leucemica, sia nei pazienti che rispondono di quelli che non rispondono. (continua…)

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