Posts tagged ipertensione

Particolato atmosferico, sindrome metabolica e variabilità della frequenza cardiaca: lo studio multietnico dell’aterosclerosi (MESA)

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Negli ultimi decenni, numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato un’associazione tra malattie cardiovascolari (CVD) ed esposizione al particolato atmosferico.
I meccanismi con i quali il particolato inquinante influenza negativamente l’attività del sistema nervoso autonomo cardiaco portano ad un aumento del rischio di aritmie e morte cardiaca improvvisa. In recenti studi sperimentali, i ricercatori sono riusciti a prevenire lo stress ossidativo cardiaco indotto alle particelle con la somministrazione ai ratti di antagonisti dei recettori del sistema nervoso autonomo confermando che la tossicità cardiaca del articolato atmosferico è mediato dalla stimolazione del sistema nervoso autonomo.

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Particolato atmosferico, sindrome metabolica e variabilità della frequenza cardiaca: lo studio multietnico dell'aterosclerosi (MESA)

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Negli ultimi decenni, numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato un’associazione tra malattie cardiovascolari (CVD) ed esposizione al particolato atmosferico.
I meccanismi con i quali il particolato inquinante influenza negativamente l’attività del sistema nervoso autonomo cardiaco portano ad un aumento del rischio di aritmie e morte cardiaca improvvisa. In recenti studi sperimentali, i ricercatori sono riusciti a prevenire lo stress ossidativo cardiaco indotto alle particelle con la somministrazione ai ratti di antagonisti dei recettori del sistema nervoso autonomo confermando che la tossicità cardiaca del articolato atmosferico è mediato dalla stimolazione del sistema nervoso autonomo.

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Il particolato atmosferico induce variazioni dell’attività del sistema nervoso cardiaco

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Studi epidemiologici hanno dimostrato chiaramente un’associazione tra livelli elevati di particolato atmosferico ed aumento della morbilità e mortalità respiratoria e cardiovascolare negli anziani. Inoltre, il particolato atmosferico è stato associato a variazioni della funzione del sistema nervoso autonomo ed aumenta il rischio di aritmie cardiache e d’infarto miocardico.
L’ analisi della variabilità nel tempo della frequenza cardiaca (HRV), consente una valutazione non invasiva dell’attività del sistema nervoso autonomo e può essere utilizzata per identificare i pazienti a rischio di morte cardiaca. Una riduzione di HRV è un importante fattore di rischio per morte cardiaca dopo infarto miocardico e nei pazienti con insufficienza cardiaca cronica.

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Utilità delle diverse definizioni di sindrome metabolica per la previsione del rischio cardiovascolare

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L’esistenza della sindrome metabolica è messa in dubbio per vari motivi. Primo, si tratta di un’entità non ben definita, senza valore dimostrato come strumento predittivo del rischio futuro di malattie cardiovascolari. Secondo, potrebbe essere fuorviante aspettare la comparsa della sindrome piena prima di trattare in modo appropriato individui con uno o due fattori di rischio soltanto. Infine anche se la sindrome metabolica riesce a prevedere il rischi di futuro diabete, è dubbio che abbia un valore predittivo anche oltre quello dell’IGT.
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Monoterapia o associazione di sartani con ACE-inibitori per la riduzione della proteinuria nei pazienti con nefropatia: una revisione sistematica e metanalisi della letteratura

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La proteinuria aumenta il rischio di progressione delle malattie renali croniche e di sviluppo d’insufficienza d’organo terminale.

Modelli sperimentali animali suggeriscono che l’escrezione renale di proteine non solo riflette la gravità della nefropatia, ma contribuisce anche alla progressione delle lesioni d’organo e, quindi, della malattia di base stessa.
In uno studio d’intervento sulla nefropatia diabetica, la terapia indusse riduzioni della proteinuria durante le prime settimane, riduzione che era lineare e correlata al decorso clinico della malattia anche dopo diversi anni. L’inibizione del sistema renina-angiotensina (per esempio con sartani del recettore dell’angiotensina), a causa di una riduzione della proteinuria che, è indipendente dalla diminuzione della pressione arteriosa ma dipende, invece, strettamente dall’attività del sistema renina-angiotensina. Studi clinici nei quali è stata valutata l’azione antiproteinuria dei sartani, hanno riportato effetti variabili. Non è chiaro se i sartani sono più efficaci degli ace-inibitori nel ridurre la proteinuria, oppure se l’associazione degli ace-inibitori con sartani è preferibile rispetto ai singoli farmaci.
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Rapporti Fra Pressione Arteriosa Ed Incidenza D'infarto Ed Emorragia Cerebrale: Importanza Della Corretta Terminologia

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L’ipertensione arteriosa è uno dei più importanti fattori di rischio per l’ictus nella popolazione generale.
I rapporti fra ipertensione arteriosa ed incidenza dei vari sottotipi d’ictus, in termini di rischio assoluto e relativo, sono poco noti. In alcuni studi la correlazione fra ictus ischemico ed ipertensione arteriosa era minore rispetto all’ictus emorragico.
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L'iperaldosteronismo primario è una sindrome più rara di quanto finora ritenuto

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Uno studio retrospettivo di 20 anni ha trovato che l’iperaldosteronismo primario è in realtà una condizione poco frequente nei pazienti con ipertensione arteriosa.

In questo studio furono arruolati oltre 1500 pazienti con ipertensione resistente; soltanto il 10% di loro era realmente affetto da questo disordine endocrino, che è considerato come una forma d’ipertensione secondaria. Questa percentuale è nettamente inferiore al 30% riportato in precedenza nei pazienti con ipertensione primaria considerati resistenti.

L’ipertensione resistente è definita da valori superiori a 140/90 mm Hg nonostante una terapia con tre farmaci, compreso un diuretico. La maggioranza degli studi finora condotti aveva una casistica poco numerosa e furono eseguiti principalmente in centri di riferimento.

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Può il paziente con ipertensione ben controllata sospendere la terapia?

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Alcuni pazienti con ipertensione lieve hanno un buon controllo della loro pressione arteriosa, spesso con un solo farmaco.

La domanda che spesso questi pazienti pongono dopo anni, è se la terapia anti ipertensiva può essere gradualmente diminuita o se deve essere continuata .

I numerosi studi che hanno valutato l’effetto della sospensione del trattamento hanno dimostrato che tra il 5 e il 55% dei pazienti rimane normoteso per almeno uno o due anni [1,2]; una quota maggiore di pazienti va bene con una diminuzione del numero dei farmaci e/ o del dosaggio della terapia[3]. Oltre a mantenere il controllo della pressione arteriosa, una riduzione dell’assunzione dei farmaci riduce del 45-80% l’incidenza degli effetti collaterali dei farmaci, per esempio iperuricemia e ipokaliemia da diuretici [4].

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Rapporti fra quantità di sale assunto con la dieta ed ipertensione

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Una dieta povera di potassio e con elevato apporto di sale, inteso come sodio, è stata associata a livelli più elevati di pressione sanguigna: un effetto riscontrato in studi su modelli animali, sulla popolazione generale e su pazienti ipertesi. I risultati di studi osservazionali indicano una forte associazione positiva fra livelli di assunzione di sodio e pressione arteriosa.

Studi randomizzati d’interventi tesi a ridurre la quantità di sodio ingerito con gli alimenti in popolazioni con e senza ipertensione hanno confermato i risultati degli studi osservazionali. È stato anche osservato che la riduzione dei livelli dietetici di sodio riduce la pressione arteriosa e la mortalità.
E’ noto da tempo che la risposta pressoria all’assunzione di sodio e potassio mostra una notevole variabilità fra gli individui. Pertanto, pur modificando in modo significativo le quantità di sodio consumate con l’alimentazione non è certo che si ottengano gli stessi risultati nell’intera popolazione studiata. Glia autori dello studio GenSalt hanno cercato di rispondere al quesito se i livelli di sodio interferiscono con la presione arteriosa intervenendo su una popolazione rurale cinese.
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La ridotta assunzione di sale da cucina riduce la mortalità cardio- e cerebrovascolare

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Una dieta iposodica riduce la pressione arteriosa e può prevenire l’ipertentensione.

Studi osservazionali indicano una forte associazione positiva fra livelli di assunzione di sodio e pressione arteriosa. Studi randomizzati di riduzione del sodio in popolazioni con e senza ipertensione hanno confermato questi risultati osservazionali.

Lo studio DASH- sodium (Dietary approaches to stop hypertension) ha confermato gli effetti sulla pressione arteriosa a breve termine con una relazione dose-risposta (5) e cinque grandi studi randomizzati durati almeno un anno hanno confermato il modesto effetto della riduzione sodica sulla pressione arteriosa nei pazienti con pre-ipertensione (pressione arteriosa normale-alta).

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