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Mielodisplasie e leucemie mieloidi acute in pazienti con leucemia mieloide cronica trattati con imatinib
0Durante la terapia con imatinib (Gleevec, Novartis), alcuni pazienti affetti da leucemia mieloide cronica (LMC) sviluppano anomalie cromosomiche nelle cellule negative per il cromosoma Filadelfia (Ph-).
Questo fenomeno fu dapprima descritto in un paziente trattato con chemioterapia ed interferon-alfa e, più recentemente, anche in soggetti trattati con imatinib. Queste anomalie sono frequentemente transitorie e non sono chiare le conseguenze cliniche della loro presenza. Anche se alcuni studi hanno suggerito che le anomalie potrebbero essere segno di un a sindrome mielodisplastica secondaria (MDS), la diagnosi non è stata sempre certa secondo i criteri standard della classificazione WHO.
L’incidenza delle anomalie cromosomiche nelle metafasi Ph-negative in corso di terapia con imatinib è variabile nel 2% – 17% dei pazienti. In uno studio su 272 pazienti valutabili curati con imatinib, quest’evento fu osservato in 21 (8%; IC 95%, 0,05-0,12). La maggior parte delle anomalie erano simili a quelle osservate nelle mielodisplasie secondarie (s-MDS), comprese trisomia 8, monosomie 5 o 7 e 20q-.
In un gruppo di 1701 pazienti curati con imatinib per LMC sono stati osservati 3 casi con anomalie cromosomiche in cellule Ph-negative. Una paziente sviluppò una leucemia mieloide acuta (AML) e gli altri 2 svilupparono MDS ad alto rischio che si trasformarono velocemente in LMA. La diagnosi di MDS o LMA era inequivocabile. (continua…)
Introduzione alla leucemia mieloide cronica
0La leucemia mieloide cronica (LMC) è una malattia delle cellule staminali midollari caratterizzata dalla patognomonica associazione con il cromosoma Philadelhia (Ph), anomalia cromosomica presente nei granulociti, eritrociti,megacariociti, linfociti B, raramente nei linfociti T, ma assente nelle cellule stromali midollari
Il cromosoma Ph consiste nella traslocazione bilanciata del segmento terminale del braccio lungo del cromosoma 9, ove risiede l’oncogene abl, sul braccio lungo del cromosoma 22.. La traslocazione reciproca, la cui notazione completa è t(9;22)(q34;q11), crea due nuovi geni, bcr-abl sul cromosoma 22 q-, cioè il cromosoma Ph, ed il gene reciproco abl-bcr sul cromosoma derivato 9q+. Quest’ultimo sebbene trascritto attivamente, non sembra avere alcun ruolo nella patogenesi della malattia.
In alcuni casi la citogenetica classica non evidenzia anomalie cromosomiche strutturali. In molti di esse la FISH può invece essere positiva e le metodiche di biologia molecolare possono evidenziare la presenza del riarrangiamento bcr-abl. Questi casi, definiti LMC Ph- bcr/abl +, hanno una prognosi ed un approccio terapeutico identico ai casi di LMC classica, LMC Ph+ bcr/abl+. (continua…)
Imatinib può causare scompenso cardiaco in alcuni pazienti con leucemia mieloide cronica
0Imatinib trova indicazione nel trattamento della leucemia mieloide cronica, ed agisce bloccando l’attività chinasi di una proteina di fusione Bcr-Abl, che è causa della malattia. Nella leucemia mieloide cronica più del 70% dei pazienti trattati con Imatinib raggiunge la remissione citogenetica completa. Imatinib è anche indicato nel trattamento dei tumori GIST ( tumori stromali gastrointestinali).
Imatinib ( Gleevec o Glivec ) può causare grave cardiotossicità con lo sviluppo di insufficienza cardiaca congestizia.
In uno studio recentemente pubblicato, dieci pazienti con leucemia mieloide cronica trattati con Imatinib negli USA alla University of Texas MD Anderson Cancer Center in Houston, svilupparono una grave insufficienza cardiaca congestizia. Prima dell’inizio della terapia con imatinib tutti e dieci i pazienti avevano una normale funzione cardiaca. I sintomi comparvero 2-14 mesi dal momento dell’inizio dell’assunzione del farmaco.
Ad oggi non è chiaro se l’effetto tossico derivi dall’azione del farmaco sui suoi bersagli noti o su eventuali bersagli ignoti o sia invece un effetto aspecifico. Chiarire questo aspetto è di notevole importanza, anche perché sono già in avanzata fase di sperimentazione e prossimi all’autorizzazione gl inibitori di seconda generazione, per esempio dasatinib e nilotinib, che tante speranza hanno suscitato nei pazienti con LMC divenuti resistenti all’imatinib.
Studi su topi e su culture hanno mostrato che la tirosin-chinasi Abl protegge le cellule cardiache dal danneggiamento e che l’inibizione di questo enzima causa la morte delle cellule cardiache. i cardiomiociti in coltura mostrato un’attivazione della risposta allo stress del reticolo endoplasmatico, collasso del potenziale della membrana mitocondriale, riduzione del contenuto cellulare di ATP e morte cellulare. Mutanti di Abl sono resistenti all’inibizione farmacologia; i cardiomiociti nei quali fu inserito il gene Abl mutato proteggevano i cardiomiociti dalla tossicità dell’imatinib. i topi trattati con Imatinib sviluppano disfunzione contrattile ventricolare sinistra.
Le biopsie miocardiche di due pazienti mostrarono, secondo gli autori, segni compatibili con una cadiomiotossicità diretta dell’imatinib. Gli autori proseguono affermando che la cardiomiotossicità dell’imatinib è una sorpresa, e d è probabile che possa essere un effetto “di classe” comune ad inibitori delle tirosinchinasi. Tuttavia l’importanza di questo effetto non è prevedibile al momento, in quanto ognuno di questi enzimi si comporta in modo differente dall’altro. Casi di insufficienza cardiaca durnte il trattamento con imatinib erano già stati segnalati in precedenza, cosicché quest acomplicanza non può essere considerata “una sorpesa” vera e propria.
Secondo la Novartis i casi di insufficienza grave sono < 1% negli oltre 100.000 pazienti trattati in tutto il mondo. I sintomi migliorano rapidamente dopo trattamento con ACE inibitori e carvedilolo. I casi di insufficienza cardiaca grave potrebbero non essere più frequenti rispetto a quanto osservato in una popolazione di controllo senza LMC che, come sappiamo, è una malattia con un’età media di 60 anni, una fascia di età in cui l’incidenza di comorbidità è molto elevata.
Dopo la pubblicazione dell’articolo notevole è stata la preoccupazione dei pazienti e dei medici. Secondo molti autori il rapporto rischi/benefici è inalterato, in questa malattia che solo dieci anni fa era ancora considerata mortale, con una sopravvivenza mediana del 50%, mentre oggi oltre il 90% dei pazienti sopravvive per oltre dieci anni. Secondo altri, invece, il rapporto rischio/beneficio deve essere riconsiderato, soprattutto nei pazienti che sviluppano insufficienza cardiaca.
Questi potrebbero essere molto più numerosi di quanto emerso dai risultati forniti dalla ditta produttrice. Infatti, In diversi studi clinici in cui è stato impiegato Imatinib furono osservate evidenze di disfunzione ventricolare sinistra, con un’alta incidenza di edema periferico, circa il 60%, ed il 5% dei casi classificati gravi. È probabile che molti dei casi considerati come ritenzione idrica, fossero in effetti casi di insufficienza cardiaca. La dispnea fu segnalata nel 12-16% dei soggetti trattati con imatinib e fu classificata come grave nel 4-5% dei casi. Dopo la pubblicazione dello studio L’AIFA e la novartis hanno emesso una nota congiunta nel dicembre 2006 http://antineoplastici.agenziafarmaco.it/menu_guide.htm, in cui invitano a monitorare e trattare rapidamente i sintomi di insufficienza cardiaca nei pazienti trattati con imatinib.
Trattandosi di una farmaco che ha rivoluzionato letteralmente la terapia della LMC e ha migliorato la prognosi dei pazienti, non c’è ragione per sospendere la terapia con imatinib nei pazienti senza segni di grave insufficienza cardiaca.
Riferimenti bibliografici
Kerkela R, Grazette L, Yacobi R, Iliescu C, Patten R, Beahm C, Walters B, Shevtsov S, Pesant S, Clubb FJ, Rosenzweig A, Salomon RN, Van Etten RA, Alroy J,
Durand JB, Force T. Cardiotoxicity of the cancer therapeutic agent imatinib mesylate.
Nat Med. 2006 Aug;12(8):908-16. Epub 2006 Jul 23.
PMID: 16862153 [PubMed - indexed for MEDLINE]
La terapia con inibitori delle tirosinchinasi seleziona cloni con nuove mutazioni di BCR-ABL nella leucemia mieloide cronica
0Un problema molto importante emerso dopo la diffusione degli inibitori delle tirosinchinasi anche nella terapia d’alcuni tumori solidi (polmoni, reni) ed ematologici, è la scelta del momento migliore per l’introduzione delle diverse molecole disponibili.
Ad oggi, il trattamento di prima linea della leucemia mieloide cronica (LMC) è costituito dall’imatinib (Gleevec, Novartis), seguito, una volta comparsa la resistenza al farmaco, dal dasatinib (Sprycel, Bristol-Myers Squibb). Secondo uno studio recente, tuttavia, la migliore scelta terapeutica sarebbe l’associazione dei due farmaci fin dall’inizio, in modo da prevenire la comparsa di mutazioni composite causanti la resistenza a questi farmaci e prolungare la durata della remissione.
Il razionale per l’uso in contemporanea dei due farmaci è basato soprattutto sulla comprensione dei meccanismi molecolari responsabili della resistenza. Entrambe le molecole inibiscono il gene chimerico che deriva dalla fusione reciproca di porzioni dei due oncogeni BCR e ABL. I pazienti che assumono imatinib, il primo di questa classe di farmaci – gli inibitori delle tirosine chinasi – ad essere introdotto in terapia, a volte divengono resistenti. La resistenza è determinata soprattutto dalla comparsa di mutazioni puntiformi nella sequenza del gene di fusione BCR-ABL, mutazioni che determinano la diminuzione della flessibilità dell’enzima e la destabilizzazione della sua forma inattiva, impedendo l’accesso del farmaco al sito di legame con l’ATP. Fino ad oggi sono state identificate oltre 50 di queste mutazioni.
Dasitinib si lega invece al dominio chinasico di BCR-ABL nella sua conformazione attiva ed è quindi efficace quasi contro tutte le mutazioni resistenti all’imatinib, tranne che nel caso della mutazione “gatekeeper” T315I, che determina la comparsa di resistenza non solo ai due farmaci precedenti, ma anche al nilotinib. L’unico farmaco che finora ha dimostrato la capacità di superare la resistenza alla mutazione T3151 è il composto sperimentale VX-608 (Vertex, Novartis).
Man mano che aumenta l’esperienza con il dasatinib, diventa sempre più evidente che ci possono essere delle recidive dopo un’iniziale risposta, particolarmente in caso di malattia avanzata. (continua…)