Posts tagged nefropatia diabetica

Meccanismi con i quali l’iperglicemia causa danno vascolare

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Le prove definitive a favore dell’ipotesi del glucosio come fattore di rischio cardiovascolare possono essere innanazitutto dedotte dagli studi d’intervento farmacologico e non.

Nello studio UKPDS fu confermata per la prima volta una riduzione del 15% del rischio d’infarto del miocardio. Quello studio dimostra anche una riduzione del rischio del 14% per ogni punto percentuale di riduzione dell’emoglobina glicosilata del rischio d’infarto del miocardio. Questi risultati sono stati in seguito confermati in pazienti con diabete di tipo 1. Nello studio di follow-up del the Diabetes Control and Complications Trial, una riduzione dello spessore della intima carotidea fu osservata in pazienti trattati intensivamente rispetto a quelli sottoposti a terapia insulinica convenzionale. La ridotta progressione dell’aterosclerosi fu anche confermata da uno studio più recente che riportò una riduzione del 42% del rischio d’ogni outcome cardiovascolare predefinito e del 57% di riduzione del rischio di primo evento (infarto miocardico non fatale, ictus o morte per malattie cardiovascolari). (continua…)

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Meccanismi con i quali l'iperglicemia causa danno vascolare

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Le prove definitive a favore dell’ipotesi del glucosio come fattore di rischio cardiovascolare possono essere innanazitutto dedotte dagli studi d’intervento farmacologico e non.

Nello studio UKPDS fu confermata per la prima volta una riduzione del 15% del rischio d’infarto del miocardio. Quello studio dimostra anche una riduzione del rischio del 14% per ogni punto percentuale di riduzione dell’emoglobina glicosilata del rischio d’infarto del miocardio. Questi risultati sono stati in seguito confermati in pazienti con diabete di tipo 1. Nello studio di follow-up del the Diabetes Control and Complications Trial, una riduzione dello spessore della intima carotidea fu osservata in pazienti trattati intensivamente rispetto a quelli sottoposti a terapia insulinica convenzionale. La ridotta progressione dell’aterosclerosi fu anche confermata da uno studio più recente che riportò una riduzione del 42% del rischio d’ogni outcome cardiovascolare predefinito e del 57% di riduzione del rischio di primo evento (infarto miocardico non fatale, ictus o morte per malattie cardiovascolari). (continua…)

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Effetti della terapia ipoglicemizzante intensiva sulle complicanze del diabete mellito tipo 1: i risultati del The Diabetes Control and Complications Trial Research Group.

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Il diabete mellito Insulino-dipendente (IDDM) è associato a complicanze microvascolari, neurologiche e macrovascolari a lungo termine. Anche se la gestione quotidiana dell’IDDM è spesso problematica, e lo spettro dello scompenso metabolico sempre presente, a causare la maggior parte della morbilità e della mortalità dall’introduzione dell’insulina sono le complicanze a lungo termine, comprese retinopatia, nefropatia, neuropatia e malattie cardiovascolari. La prevenzione ed il miglioramento del trattamento di queste complicanze hanno costituito obiettivi importanti della recente ricerca medica.

Anche se gli studi nei modelli animali di diabete e gli studi epidemiologici implicano l’iperglicemia nella patogenesi delle complicanze a lungo termine, gli studi clinici precedenti al The Diabetes Control and Complications Trial (DCCT) non avevano dimostrato un beneficio costante e convincente della terapia intensiva su di esse. Uno studio d’intervento svedese aveva in precedenza dimostrato un vantaggio uniforme della terapia intensiva in pazienti con complicanze diabetiche stabilizzate, malgrado lo spostamento dei pazienti curati convenzionalmente alla terapia intensiva durante lo studio. (continua…)

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L'albuminuria dovrebbe essere determinata di routine e la sua diminuzione perseguita in tutti i pazienti ipertesi con nefropatia diabetica: analisi dei dati dello studio RENAAL

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Diversi studi condotti con ACE-inibitori (inibitori dell’Angiotensin-1 Converting Enzyme e sartani (inibitori dell’angiotensina II) indicano che questi farmaci abbassano non solo la PA ma anche l’albuminuria.
Quest’ultima è oggi considerata come uno dei principali fattori di rischio in pazienti con nefropatia, dal momento che la riduzione dell’albuminuria assicura un beneficio clinico anche a distanza in termini di minore progressione a insufficienza renale cronica terminale. In genere gli studi sopra ricordanti non hanno fornito elaborazioni riguardo le risposte “dissociate” in termini di abbassamento della PA e di riduzione dell’albuminuria che si osservano spesso nei singoli pazienti trattati con ACE-inibitori o sartani. Si potrebbe anche obiettare che, avere come solo obiettivo quello di trattare la PA potrebbe non essere la strategia migliore, in quanto il livello dell’albuminuria, in qualità di fattore di rischio indipendente per la nefropatia, non sempre concorda con le variazioni della PA. In altre parole, è possibile che l’intervento farmacologico, se indirizzato non solo ad abbassare la PA, ma anche a ridurre l’albuminuria, possa apportare un benefici maggiore rispetto a quello atteso dal solo controllo dei valori pressori. Un altro aspetto clinico di notevole interesse è se i pazienti ipertesi con nefropatia diabetica possano avere ulteriori benefici dalla riduzione dell’albuminuria anche nel caso in cui siano stati ottenuti valori di pressione arteriosa sistolica (PRESSIONE ARTERIOSA SISTOLICA) ottimali (< 130 mm Hg). (continua…)

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Importanza della pressione arteriosa e di altri fattori di rischio per la progressione della nefropatia diabetica nel diabete di tipo 2 – Uno studio osservazionale

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La nefropatia diabetica è la causa più comune di insufficienza renale cronica (IRC)  nei paesi industrializzati. La maggior parte dei pazienti diabetici con IRC ha il diabete di tipo 2.
I fattori di rischio che determinano la progressione della malattia renale cronica nel diabete mellito tipo 2 non sono stati completamente delucidati. Soltanto una minoranza di pazienti diabetici tipo 2 sviluppa la malattia renale, evidentemente per la presenza di altri fattori di rischio per lo sviluppo della malattia. Inoltre, una volta che la malattia renale è evidente clinicamente, il tasso di declino del grado di filtrazione glomerulare (VGF) è altamente variabile, variando da 2 a 20 ml/min/anno.
I motivi per queste differenze nel tasso di progressione della complicanza renale sono multifattoriali, e comprendono sia fattori non modificabili che modificabili. (continua…)

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Monoterapia o associazione di sartani con ACE-inibitori per la riduzione della proteinuria nei pazienti con nefropatia: una revisione sistematica e metanalisi della letteratura

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La proteinuria aumenta il rischio di progressione delle malattie renali croniche e di sviluppo d’insufficienza d’organo terminale.

Modelli sperimentali animali suggeriscono che l’escrezione renale di proteine non solo riflette la gravità della nefropatia, ma contribuisce anche alla progressione delle lesioni d’organo e, quindi, della malattia di base stessa.
In uno studio d’intervento sulla nefropatia diabetica, la terapia indusse riduzioni della proteinuria durante le prime settimane, riduzione che era lineare e correlata al decorso clinico della malattia anche dopo diversi anni. L’inibizione del sistema renina-angiotensina (per esempio con sartani del recettore dell’angiotensina), a causa di una riduzione della proteinuria che, è indipendente dalla diminuzione della pressione arteriosa ma dipende, invece, strettamente dall’attività del sistema renina-angiotensina. Studi clinici nei quali è stata valutata l’azione antiproteinuria dei sartani, hanno riportato effetti variabili. Non è chiaro se i sartani sono più efficaci degli ace-inibitori nel ridurre la proteinuria, oppure se l’associazione degli ace-inibitori con sartani è preferibile rispetto ai singoli farmaci.
(continua…)

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