Posts tagged TVP

Rapporti fra malattie cerebrovascolari e vascolari periferiche con l’inquinamento atmosferico: le conclusioni del comitato scientifico della American Heart Association

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Fra gli studi di corte che hanno fornito risultati interessanti, lo studio Women’s Health Initiative ha riportato un significativo incremento di ictus non fatale (hazard ratio 1,28; IC 95% 1,02-1, 61) e delle malattie cerebrovascolari fatali (hazard ratio 1,83; IC 95% 1,11-3,00) per un aumento di 10 µg/metro cubo di esposizione prolungata al PM2,5. Invece, non fu osservata un’associazione significativa fra mortalità per ictus e concentrazioni di particolato atmosferico nello studio ACS (American Cancer Society ). (continua…)

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Il rischio di trombosi venosa ed embolia polmonare nelle donne che assumono acido tranexamico per la terapia della menorragia

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L’ acido tranexamico è utilizzato da oltre cinquant’anni per la terapia della menorragia. Per menorragia si intende un’eccessiva emorragia mestruale che si ripete in diversi cicli consecutivi. Obiettivamente la perdita di sangue mestruale totale è di almeno 80 ml per mestruazione. Circa il 30% delle donne si lamenta di menorragia, e questo problema spiega almeno il 25% di tutti gli interventi ginecologici.
La menorragia può avere cause uterine, sistemiche o iatrogene. Le cause uterine comprendono fibromi, adenomiosi o alterazioni funzionali dell’utero. Le cause sistemiche possono essere ematologiche oppure endocrinologiche, per esempio ipotiroidismo. Fra le cause iatrogene ricordiamo soltanto l’ uso di dispositivi intrauterini e l’ uso di anticoagulanti tra le cause più frequenti. (continua…)

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Apixaban versus enoxaparina per la profilassi del tromboembolismo venoso in pazienti sottoposti a sostituzione chirurgica elettiva dell’anca

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Nonostante la profilassi, con eparine a basso peso molecolare e/o dicumarolici, sia oramai divenuta una pratica standardizzata, una trombosi venosa profonda subclinica si sviluppa in circa il 15-20% dei pazienti subito dopo l’intervento chirurgico di protesi d’anca, e un tromboembolismo venoso sintomatico si sviluppa nel 2-4% dei casi entro i primi 3 mesi dopo l’intervento.
Numerosi sono i limiti e gli inconvenienti con le varie opzioni oogi disponibili per la profilalssi della malattia tromboembolica venosa post-chirirgica. Le eparine a basso peso molecolare ed i fondaparinux richiedono l’iniezione sottocutanea. La warfarina ha un inizio d’azione ritardato ed è relativamente inefficace subito dopo l’intervento chirurgico. I metodi meccanici sono ingombranti e relativamente inefficaci dopo la chirurgia dell’anca.
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Rivaroxaban versus enoxaparina in pazienti con trombosi venosa profonda o embolia polmonare

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La tromboembolia venosa acuta (vale a dire, trombosi venosa profonda [DVT] o embolia polmonare) è un disturbo frequente con un’incidenza annuale di 1 o 2 casi per 1000 persone circa nella popolazione generale. Il trattamento a breve termine è efficace, con un rischio di recidiva – la complicazione maggiore – ridotto dal 25% a circa il 3% durante i primi 6 – 12 mesi di terapia. Il rischio di recidiva rimane anche dopo la fine del trattamento e può raggiungere il 5 al 10% durante il primo anno.

 

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Apixaban, rivaroxaban, dabigatran ed altri nuovi anticoagulanti orali: è in arrivo la rivoluzione tanto attesa nella terapia anticoagulante orale

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La tromboembolia venosa è la terza causa principale di morte cardiovascolare, dopo l’ infarto miocardico e l’ictus. La sostituzione chirurgica totale d’anca o di ginocchio è la procedura con il più elevato rischio di tromboembolia venosa. Diversi studi pubblicati recentemente hanno confermato l’efficacia e la sicurezza dei nuovi inibitori del fattore Xa orale rivaroxaban e apixaban, nella gestione della malattia tromboembolica venosa. Nello studio Acute DVT Study , rivaroxaban (alla dose di 15 mg due volte al giorno per 3 settimane, seguiti da 20 mg una volta giorno) è stato confrontato con enoxaparina seguita da warfarin o acenocumarolo, per 3, 6 o 12 mesi, nei pazienti con trombosi venosa profonda acuta sintomatica. Rivaroxaban ha dimostrato un’efficacia non inferiore alla enoxaparina pù warfarina per la tromboembolia venosa ricorrente, con tassi simili di emorragia

 

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Ematocrito e rischio di trombosi venosa in una popolazione norvegese

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Il tromboembolismo venoso (TEV), che si manifesta come trombosi venosa profonda o embolia polmonare, è una comune malattia multifattoriale con gravi complicanze a breve e lungo termine il cui esito è potenzialmente fatale. Anche se l’età, l’obesità, la chirurgia, i traumi, i tumori maligni, l’immobilità, la gravidanza, e numerose condizioni mediche acute sono fattori di rischio ben noti per TEV, fino al 30-50% dei casi di tromboembolia venosa non ha evidenti fattori predisponenti.

Secondo i postulati di Virchow, il rischio di TEV è legato principalmente all’ ipercoagulabilità, ad alterazioni del flusso del sangue, a lesioni endoteliali vascolari. L’ematocrito, la percentuale di volume di sangue occupata dai globuli rossi (RBC), è uno dei principali fattori determinanti della viscosità del sangue. Un aumento dell’ematocrito aumenta la viscosità del sangue, riduce il ritorno venoso, aumenta l’adesività delle piastrine. È ben noto che i soggetti con livelli di ematocrito al di sopra del range di normalità, come si osserva per esempio nelle eritrocitosi primarie o secondarie sono predisposti sia per le malattie cardiovascolari arteriose che la trombosi venosa. L’ematocrito aumenta anche il rischio di malattie cardiovascolari e la mortalità da ogni causa nella popolazione generale. (continua…)

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D-Dimero e durata della terapia anticoagulante per la tromboembolia venosa

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La recidiva della trombosi venosa occorre in circa il 30% dei pazienti che sospendono terapia anticoagulante orale (TAO).

Molti fattori sono stati associati con il rischio di recidiva, compresi:

  • la trombosi delle vene prossimali rispetto a quelle distali;
  • il sesso maschile;
  • l’indice di massa corporea superiore a 30.

Sebbene la prosecuzione della terapia anticoagulante orale diminuisca il rischio di recidiva della malattia tromboembolica venosa, il trattamento a lungo termine con la warfarina non è conveniente ed è associato con un rischio compreso fra 1 e 3% per emorragie maggiori. Identificare i pazienti il cui rischio di recidiva è basso, e la cui terapia anticoagulante può essere sospesa con una certa sicurezza, rappresenta pertanto una priorità. Poiché i livelli di D-dimero rappresentano un marcatore di rischio trombotico, in quanto i suoi livelli aumentano i pazienti con malattia tromboembolica acuta, il dosaggio di questo fattore può essere utile per decidere se sospendere o no la terapia nel singolo paziente. (continua…)

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Terapia con idraparinux del tromboembolismo venoso (trombosi venosa profonda ed embolia polmonare)

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La terapia standard per la TROMBOSI VENOSA PROFONDA (TVP) e l’embolia polmonare (epa) è rappresentata da un’iniziale ciclo di eparina non frazionata o a basso peso molecolare (EBPM) seguito da un periodo di 3-12 mesi di terapia anticoagulante orale (TAO) (1-2). Questo approccio è efficace ma richiede il monitoraggio continuativo ed il costante adeguamento delle dosi di TAO.

L’idraparinux (Sanofi-aventis) è un nuovo pentasaccaride sintetico che inibisce il fattore X attivato (Xa) della coagulazione ed è diverso dal fondaparinux per avere una emivita notevololmente più lunga. Questa proprietà permette la somministrazione di una dose fissa per via sottocutanea una volta alla settimana. (continua…)

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Rivaroxaban, un inbitore diretto selettivo del fattore Xa, è attivo nella terapia della trombosi venosa profonda

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L’inibizione selettiva del fattore Xa è efficace nella prevenzione della malattia tromboembolica venosa. Lo dimostra l’esperienza positiva con il fondaparinux, un inibitore selettivo del FXa.

Rivaroxaban (BAY 59-7939) è un inibitore diretto selettivo del FXa somministrabile per via orale. Inibisce il FXa con una selettività 10.000 superore rispetto ad altre serinproteasi. Rivaroxaban ha una farmacocinetica ed una farmacodinamica prevedibile nei soggetti sani e negli operandi in ortopedia. Rivaroxaban ha una biodisponibilità relativa elevata (>80%) ed una duplice via d’eliminazione: renale (66%) e fecale.viene escreto prevalentemente immodificato. Ha un’emivita plasmatica di circa 9 ore nei giovani e di 12 negli anziani; le concentrazioni di picco sono raggiunte in 2-4 ore. Rivaroxaban non richiede il monitoraggio di laboratorio ed è somministrato a dosi fisse.

In uno studio di fase II è la prima volta che un farmaco inibitore selettivo del FXa è utilizzato per il trattamento di una trombosi venosa profonda in atto; studi precedenti avevano dimostrato l’efficacia di rivaroxaban nella prevenzione degli eventi tromboembolici in chirurgia ortopedica.

Lo studio ODIXa-DVT (Oral Direct Factor Xa Inhibitor BAY 59-7939 in Patients With Acute Symptomatic Deep-Vein Thrombosis) arruolò 636 pazienti con TVP documentata fra il marzo 2004 e il giugno 2005. 613 soggetti furono randomizzati a ricevere enoxaparina seguita da dicumarolici (TAO) o rivaroxaban (10, 20 o 30 mg x 2 al giorno o 40 mg al giorno in singola dose). Gli autori costruirono un sistema a punteggio basato sulle immagini ecodoppler e sulle scintigrafie polmonari (thrombus score) per valutare l’efficacia antitrombotica del farmaco. Era considerato significativo un miglioramento di almeno 4 punti di questo sistema di scoring entro 21 giorni. Questo end point fu raggiunto nel 53%, 59%, 57% e 48% dei soggetti trattati con 10mg, 20 mg o 30 mg x 2 o con 40 mg/die di rivaroxaban e nel 46% dei pazienti tratti con enoxaparina.

A 3 mesi l’end point d’efficacia era raggiunto in circa il 70% dei pazienti trattati con le quattro dosi di rivaroxaban e nel 71% di quelli che assunsero enoxaparina. A 3 mesi furono osservati 2 decessi da MTE nei pazienti trattati con rivaroxaban contro zero del gruppo enoxaparina; 3 embolie polmonari non fatali nei pazienti che assunsero rivaroxaban contro zero del gruppo enoxaparina; 4 tvp ricorrenti nel gruppo rivaroxaban contro 1 nel gruppo enoxaparina.

Emorragie maggiori furono osservate nel 2% circa dei soggetti trattati con rivaroxaban contro zero del gruppo enoxaparina/TAO. Un totale di 13 decessi (2,7%) furono osservati nel gruppo rivaroxaban contro 1 (0,8%) del gruppo enoxaparina (RR 3,4%, IC 95% 0,56-33,7%). Due decessi nei pazienti in rivaroxaban furono attribuiti ad epa, uno ad insufficienza epatica (attribuita a riattivazione di epatite virale B in una paziente trasfusa due mesi prima). La maggioranza degli altri decessi fu causata da neoplasie.

Un aumento delle transaminasi fu osservato nel 2-4,3% dei pazienti con rivaroxaban contro il 21,6% del gruppo enoxaparina/tao. Dopo tre settimane il numero di pazienti con aumento delle transaminasi era simile indipendentemente dal trattamento (2% contro 1%). In tre pazienti il rivaroxaban fu sospeso a causa dell’ipertransaminasemia.

In conclusione in questo studio di fase II la dose ottimale di rivaroxaban è risultata probabilmente quella di 20 mg/die. Questa dose dovrà essere sperimentata in studi successivi. Negli studi di fase III dovrà anche essere valutata l’epatotossicità, anche ala luce dell’esperienza negativa con lo ximelagatran, un altro inibitore del FXa, che è stato ritirato dal commercio a causa dei danni epatici.

Un altro aspetto da valutare è la mortalità globale dei pazienti. Infatti, anche se nessuna morte fu attribuita al rivaroxaban, il numero di decessi era superiore rispetto al gruppo trattato con enoxaparina/tao.

Da questo punto di vista c’è anche da rimarcare che i pazienti arruolati erano relativamente più giovani e con un minore incidenza di neoplasie (<3%) rispetto ad altri studi: queste caratteristiche della popolazione studiata può aver ridotto la probabilità di estensione del trombo o di emorragie maggiori.[ad code=1 align=center]

Riferimenti bibliografici

5: Agnelli G, Gallus A, Goldhaber SZ, Haas S, Huisman MV, Hull RD, Kakkar AK, Misselwitz F, Schellong S; ODIXa-DVT Study Investigators.

Treatment of proximal deep-vein thrombosis with the oral direct factor Xa inhibitor rivaroxaban (BAY 59-7939): the ODIXa-DVT (Oral Direct Factor Xa

Inhibitor BAY 59-7939 in Patients With Acute Symptomatic Deep-Vein Thrombosis) study.

Circulation. 2007 Jul 10;116(2):180-7. Epub 2007 Jun 18.

PMID: 17576867 [PubMed - indexed for MEDLINE]

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La recidiva del tromboembolismo venoso nei pazienti giovani

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Le recidiva della malattia venosa tromboembolica comporta un significativo costo economico per la società ed una diminuzione della qualità di vita per i pazienti.

Diversi studi clinici hanno indagato i fattori di rischio per la recidiva della trombosi con lo scopo di suddividere i pazienti in categorie a basso ed alto rischio e, se possibile, di ottimizzare il trattamento per la profilassi secondaria.

È stato dimostrato che la presenza di alcuni fattori come cancro, condizioni trombofiliche persistenti, età avanzata, ed una breve durata della anticoagulazione dopo il primo episodio aumentano il rischio di recidiva della trombosi venosa. I campioni di popolazione studiati finora sono eterogenei e vi sono pochi studi sulle conseguenze cliniche a lungo termine della trombosi venosa profonda. (continua…)

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